30.6.08

Ultimo sforzo: esame il 21 luglio!

A chiusura del corso 4crediti, ogni allievo e allieva deve raccogliere i materiali delle sei esercitazioni assegnate in un "libricino" 20x20 cm. Questa è la copertina, nella quale dovete inserire il vostro "segno", ovvero il font (la lettera) che vi è stato assegnato nella 5° esercitazione, e aggiungere il vostro nome, possibilmente con lo stesso font, in corpo 14.

Ecco il layout di ciascuna pagina, che riporta le sei esercitazioni, alcune su doppia pagina. Il formato del libricino chiuso è 21x20 cm, aperto 41x20 cm (1 cm sul bordo sinistro serve per la rilegatura) così può essere stampato in A3.
Per le esercitazioni 02/03/04, a sinistra disponete in grande l'immagine migliore; a destra, in piccolo, inserite le altre.
Stampate il libricino preferibilmente su cartoncino e ripiegate le doppie pagine all’interno, poi rilegate il tutto con una spirale metallica.

Per ottenere i vostri benedetti 4 crediti, l'elaborato dovrà essere consegnato il 21 luglio, alle ore 14.00, in aula S3.1.

24.6.08

4 crediti in tipografia

Il corso 4 crediti ha organizzato una gita in tipografia. Le Officine Grafiche Francesco Giannini in via Cisterna dell'Olio sono un posto affascinante, ricco di storia. Dal 1856 i Giannini sono tipografi ed editori, con sede negli ampi locali dove anticamente si conservava l'olio per la città di Napoli.

I caratteri in piombo per la vecchia linotype, sono stati sostituiti dalle righe di caratteri in gomma. La Heidelberg per la stampa con matrice a rilievo, utilizzata soprattutto per i biglietti da visita e i piccolissimi formati.

Le lastre in zinco per la stampa offset vengono fatte fare da un laboratorio esterno. La maggior parte del lavoro viene fatto dalla Heidelberg Speedmaster, una macchina offset cilindrica a 4 colori. Qui le prove di stampa per verificare la qualità dei colori.

Conoscere come si realizza un libro è un'esperienza fondamentale anche per chi non si occuperà di grafica editoriale. Ringraziamo Giannini e figli per la loro disponibilità e la generosità!

23.6.08

Scarti, in mostra a Forno Vecchio

"Il percorso dell’Asse Mediano è l’occasione per un’indagine sulle perifericità diffuse del territorio metropolitano di Napoli. La chiave di lettura è quella degli scarti: l’ipotesi è che questo territorio rappresenti una zona rimossa della città, che ne raccoglie le parti escluse, ma che contiene allo stesso tempo materiali, soggetti e ragioni che la alimentano e che le appartengono. In un territorio complesso e sfuggente, nel quale i residui di grandi interventi di pianificazione - la 167, il post-terremoto, le grandi opere infrastrutturali - convivono con quelli di una moltitudine di iniziative individuali che dietro l’apparente assenza di regole celano razionalità spesso clandestine, la perifericità si manifesta in tutte le sue declinazioni e la rimozione è un’attitudine consolidata.
Se quello che scartiamo dice qualcosa su quello che scegliamo, allora gli scarti della nostra condizione urbana rivelano, forse, qualcosa del nostro progetto di città. In un momento nel quale il rapporto tra la città eletta e la città scartata è ad un punto di collisione ripartire dagli scarti può servire a mettere in discussione i confini tra due realtà che si immaginano contrapposte e a riconoscerne le relazioni, a ricostruire una storia ombra del territorio portando in luce il rimosso che spaventa la città visibile eppure le appartiene."

Scarti. Fuoriasse è uno dei lavori presentati la scorsa settimana da Fabrizia Ippolito, realizzato nell'ambito di Napoli Assediata, progetto che ha coinvolto artisti, ricercatori e architetti in una ricognizione sul territorio attraversato dall’Asse Mediano nella provincia di Napoli, a cura di Giuseppe Montesano e Vincenzo Trione e pubblicato da Pironti. Esposto già nell'aprile 2007 presso l'Istituto Cervantes di Napoli, da oggi sarà in mostra presso la Facoltà di Architettura di Napoli, nella sede di via Forno Vecchio (nel passaggio tra i due cortili).

La cura è di Fabrizia Ippolito, allestimento e grafica sono di Franco Lancio, questo il gruppo di lavoro: Loredana Troise (coordinamento), Caterina Alvino, Laura Bismuto, Annalisa Cassese, Antonello Colaps, Francesca Dell'Aversano, Anna Gallo, Alessia Natalizio, Vincenza Santangelo, Cristina Senatore, Salvatore Vano, Fabrizio Vatieri, Chiarastella Vigilante, Marco Scerbo e Michele Sommella.

Comunicare la ricerca: Fabrizia Ippolito

4 crediti questa settimana ha avuto il piacere di ospitare Fabrizia Ippolito, docente di Tecnica urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria della Università della Calabria e di Cinema, fotografia e televisione presso la Facoltà di Architettura della Federico II di Napoli. Fabrizia si occupa di Paesaggio contemporaneo e molte sue ricerche sono frutto di una collaborazione tra diverse competenze, come nel caso delle fotografie a cura di Peppe Maisto e della grafica e comunicazione, curate da me. La comunicazione della ricerca viene pensata già all'inizio del progetto e ne diventa parte integrante. Come si struttura un progetto di ricerca e come si comunica è stato appunto il tema della lezione.
Tra i lavori presentati, in rete si trova qualcosa su La città precaria e Sila, Inerzie. Un altro articolo interessante di Fabrizia è Realismi visionari, sulla rivista online Arch'it, con foto di Francesco Iodice.

Progettare un libro: Francesca Bazzurro



Anche un libro per bambini è un progetto che mette insieme più competenze. Francesca Bazzurro, illustratrice milanese ospite di 4crediti, ha raccontato come sono nati i libri della collana De ville en ville, guide/carnet di viaggio di città per bambini, frutto della collaborazione con Orith Kolodny, architetto e grafica. I primi due, dedicati a Berlino e Tel Aviv, sono stati recentemente premiati alla Fiera del libro di Bologna e presentati anche a Napoli, nell'ultima Galassia Gutenberg.
Altri suoi libri che abbiamo sfogliato insieme sono quelli nati dalla collaborazione con Giovanna Zoboli delle edizioni dei Topi Pittori. Con Francesca abbiamo anche guardato molte sue illustrazioni pubblicate sulle riviste Domus e Abitare.
Nel mio blog In viaggio col taccuino ho pubblicato diversi post su Francesca.

16.6.08

Per una ecologia del Power Point: Enrico Rebeggiani

Enrico Rebeggiani, docente di Agire economico in rete presso il corso di laurea in Culture digitali e della comunicazione alla Facoltà di Sociologia della Federico II di Napoli, è stato gradito ospite del corso 4 crediti. Enrico si occupa degli aspetti economici e sociali della rete e di comunicazione (qui il suo blog). Ha parlato, fondamentalmente, di buone e cattive presentazioni, fornendoci indicazioni utili per una “ecologia" del Power Point, uno strumento molto usato e così spesso usato male.
John Maeda, Seth Godin, Guy Kawasaki, Edward Tufte sono solo alcuni degli autori citati come buoni esempi di comunicazione.
Altri link utili sull'uso delle presentazioni in Power Point sono un pdf nel sito di Luisa Carrada: scrivere le slides, il blog Presentation zen, e questa sezione nel sito di Dave Gray.

9.6.08

Josef Albers. Interazione del colore



Al corso si parla di colori. Non possiamo farlo senza citare questo prezioso libro di Josef Albers, Interazione del colore:

"Nella percezione visiva, un colore non viene quasi mai visto come è nella sua realtà fisica. Questo fa sì che il colore sia il mezzo più relativo in campo artistico. Per poter usare il colore efficacemente, è necessario sapere che esso inganna di continuo. Allo scopo di dimostrare ciò, il punto di partenza non è uno studio dei sistemi cromatici; per prima cosa si dovrebbe imparare che uno stesso colore produce innumerevoli possibilità percettive.

Invece di applicare meccanicamente o semplicemente dare per scontate leggi e regole sull'armonia del colore, vengono quindi prodotti diversi effetti di colore, attraverso il riconoscimento dell'interazione del colore, facendo in modo per esempio che due colori molto diversi sembrino uguali fra loro o quasi uguali. Lo scopo di uno studio come questo è sviluppare, attraverso l'esperienza e gli errori, l'occhio per il colore. In particolare ciò significa sia saper vedere l'azione del colore, sia sentire la relazione reciproca fra i colori. (...)

Se si dice rosso e ci sono cinquanta persone che ascoltano, ci si può tranquillamente aspettare che abbiano in mente cinquanta tipi di rosso e si può essere sicuri che tutti questi rossi saranno diversi e, anche quando un determinato colore è quello che sicuramente tutti hanno visto innumerevoli volte, essi continueranno a pensare a molti rossi diversi l' uno dall' altro".

Di che colori sei? (E.06)

Non è facile trovare la giusta combinazione di colori! Adobe Kuler è uno straordinario sito in cui è possibile trovare migliaia di combinazioni di colori e permette di creare delle palettes personalizzate. Ciascun allievo/a, dovrà:
1. collegarsi al sito http://kuler.adobe.com;
2. registrarsi;
3. creare la propria tavolozza a partire da una sua foto della città;
4. pubblicarla;
5. riportare sulla scheda ricevuta il titolo della tavolozza ed i valori in rgb e cmyk.
Buon lavoro!

2.6.08

The art of looking sideways

Il libro di Alan Fletcher The Art of Looking Sideways è una straordinaria ed inesauribile guida alla consapevolezza visiva, una indescrivibile miscela di aneddoti, citazioni, immagini e cose bizarre che offrono una meravigliosa visione personale del caos della vita moderna.
In 72 capitoli, Fletcher descrive un viaggio senza una destinazione, una collezione di frammenti che catturano il senso di un mondo che semplicemente contiene troppe informazioni. Mescolando caratteri, spazi, font, alfabeti, colori e layout, combinati con uno sguardo curioso per lo strano ed il profondo, realizza un libro non da leggere, ma da sperimentare.

L'alfabeto di Alan Fletcher

I Greci furono i primi probabilmente a sposare la scrittura con la parola. In origine essi SCRVVNSLCNCNSNNT e senza separare le parole. Successivamente, per aiutare la pronuncia, essi inventarono le vocali AEIOU e usarono gli spazi per separare le parole. Così lo scioglilingua precedente diventava SCRIVEVANO SOLO CON CONSONANTI. Le culture successive tagliarono e cambiarono l’alfabeto, aggiungendo ed eliminando lettere ed adattando differenti glifi e suoni. Spurius Carvilius Ruga (circa 230 a.C.) inventò la G aggiungendo un tratto alla C. La W fu creata nell’XI secolo negli scriptoria combinando una U ad un’altra U, cosi da avere una doppia U (perché W?). Nel medioevo la j fu ottenuta estendendo la i. Lettere inventate più tardi come la X, la Y e la Z furono aggiunte alla fine dell’alfabeto. L’italiano usa ancora le 21 lettere dell’alfabeto latino, ma l’inglese poliglotta ne ha acquisite 26. Con questi 26 caratteri è possibile pronunciare 403.000.000.000.000.000.000.000.000 parole. A voi la scelta. Le lettere maggiormente usate sono e, a, i, o, n, l, r, t, s, c. Jean Cocteau asseriva maliziosamente che anche una grande opera di letteratura altro non è che un alfabeto in disordine. I nomi delle lettere derivano dal suono originale dell’oggetto rappresentato dalla lettera. Ad esempio, la A è chiamata A perché è come i Fenici pronunciavano “ALEPH”, il loro termine per bue. Ma perché diciamo b, ci, di, e, e poi gi, e poi acca? La sequenza da A a Z fu stabilita quando le lettere venivano usate per contare. A stava per uno, B per due, C per tre e così via. Quando arrivavi alla Z, ripartivi raddoppiando i segni, AA, ecc. Il primo ricordo di un ordine alfabetico è il Salmo 37, dove i versi seguono la sequenza dell’alfabeto ebraico. Quando nel decimo secolo il Gran Visir di Persia viaggiava, portava con sè la sua biblioteca di 117.000 libri trasportati da 400 cammelli, che camminavano uno dietro l’altro in ordine alfabetico. Non si sa se per autore o per soggetto.
La gente famosa muore in ordine alfabetico, come si legge nelle epigrafi dei monumenti funebri? Io sono l’ALPHA e l’OMEGA, il primo e l’ultimo, l’inizio e la fine (Apocalisse di San Giovanni).
Alan Fletcher

L'alfabeto di Victor Hugo

Tutti i caratteri furono in origine segni e tutti i segni furono immagini. La specie umana, il mondo, l’uomo nella sua interezza è nell’alfabeto. L’arte del costruire, l’astronomia, la filosofia, tutte le scienze partono da qui …A è il tetto con le sue travi e la sua catena, l’arco, ed è come due amici che si abbracciano e si stringono la mano. D è il dorso, e B è una D su un’altra D, che è un doppio dorso – la gobba; C è la crescenza, è la luna, E è la fondazione, il pilastro e il tetto – tutta l’architettura è contenuta in una sola lettera. F è la forca, la forchetta, G è il corno, H è la facciata di un edificio con le sue due torri, I è una macchina da guerra che spara proiettili, J è l’aratro, la cornucopia, K è una delle fondamentali leggi della geometria (l’angolo di riflessione è uguale a quello di incidenza), L è la gamba e il piede, M è la montagna o l’accampamento con le sue tende, N è la porta chiusa con una sbarra, O è il sole, P è il facchino con il suo carico, Q è la groppa e la coda, R significa riposo, il facchino appoggiato sul suo bastone, S è il serpente, T è il martello, U è l’urna, V è il vaso (questa è la ragione per cui U e V vengono spesso confuse). Ho già detto cosa significa Y. X significa spade incrociate, che combattono – chi vincerà? Nessuno lo sa – è il motivo per cui i filosofi usano la X per indicare il fato, e i matematici per l’incognito. Z è la luce – è Dio…




Di che segno sei? (E.05)



Costruiamo il nostro alfabeto! A ciascun allievo/a è assegnata una lettera. A voi spetta scoprire a quale alfabeto appartenga. Come fare? Nel sito www.100besteschriften.de troverete una classifica dei migliori 100 fonts (sarà così?). In ogni caso ci troverete il vostro!

Letters are things, not picture of things

Sempre a proposito di caratteri. Questo è il lavoro con cui ho partecipato al concorso per il logo dell'associazione Architecture for Humanity. Eric Gill diceva che le lettere son cose, non rappresentazione di cose (Letters are things, not picture of things). Parafrandolo, in questo caso dico che le lettere son mattoni e non rappresentazione di mattoni (Letters are bricks, not picture of bricks). Il logo si è classificato tra i dieci finalisti.

26.5.08

Segni d'interpunzione

Un Tizio salì in cima al Colosseo e gridò: - Mi butto?
- Non è regolare, - gli fecero osservare i passanti. - Lei doveva metterci il punto esclamativo, non il punto interrogativo. Torni a casa a studiare la grammatica.
Qualche volta un errore di grammatica può salvare una vita.

Gianni Rodari, Favole minime, ne Il cane di Magonza.

24.5.08

Segni


- Qualunque cosa i segni possano evocare è già passata. Essi sono come le orme lasciate dagli animali. Ecco perché i maestri di meditazione rifiutano di accettare che la scrittura sia la soluzione definitiva. L’intenzione è quella di raggiungere l’essenza attraverso queste orme, queste lettere, questi segni. Ma la realtà in sé non è un segno, e non lascia tracce.
Non ci viene incontro per mezzo di lettere e parole. Noi possiamo procedere verso di essa seguendo quelle parole e quelle lettere a ritroso. Ma finché ci preoccupiamo dei simboli, delle teorie e delle opinioni, il principio ci sfugge.
- Ma se rinunciamo a simboli e opinioni, non restiamo abbandonati nel totale annullamento dell'essere?
- Sì.
Kimura Kyuho, Kenjutsu Fushigi Hen (L'ignoto nell'Arte della Scherma), 1768.

Autovelox


Al corso si parla di caratteri tipografici. Questo è stato disegnato in occasione del primo Corso di Alta Formazione in Type Design, presso il Politecnico di Milano. Si chiama Autovelox. Il tema del corso era il disegno di un alfabeto completo per targhe automobilistiche. Il carattere utilizzato per le targhe automobilistiche deve rispettare particolari requisiti: ogni glifo deve essere perfettamente riconoscibile e distinguibile dagli altri, non devono esserci ambiguità come ad esempio tra O e D, difficilmente deve essere manomesso come ad esempio aggiungendo con un pennarello un’asta alla F per ottenere una E, deve essere un alfabeto monospaziato, deve considerare la “vista diagonale” ovvero deve garantire una buona leggibilità anche da un punto di vista laterale.

Gli elementi dello stile tipografico


Esistono molti libri sulla tipografia, uno esemplare e che consiglio vivamente è Gli elementi dello stile tipografico di Robert Bringhurst, poeta e saggista, che si occupa di tipografia con la stessa sensibilità. Dalla sua prefazione: Se usate questo libro come una guida, abbondonate senza remore la strada quando volete. Questo è il modo corretto per seguire una strada: raggiungere nuovi punti di partenza scelti da soli. Rompete le regole, rompetele in bellezza deliberatamente e bene. Sono fatte per questo. La lettura è divertente e appassionante. All’interno del testo può capitare di leggere cose del tipo: Molti redattori editoriali nordamericani amano collocare virgole e punti prima delle virgolette e i due punti e punto e virgola fuori. In Inghilterra si preferisce collocare tutta la punteggiatura di fuori, insieme al latte e al gatto.

Il tesoro delle lettere


Una volta definiti i simboli grafici, fu abbandonato l’uso di fare nodi alle corde; una volta distinte le impronte d’uccello, venne creata la scrittura, rappresentazione della lingua parlata e dimora dell’espressione letteraria. Quando Cang Jie ebbe creato la scrittura, di notte i demoni piansero, e dal cielo piovvero chicchi di riso. (…) Quanto ai significati dei caratteri, vi sono differenze rispatto al passato. Nascono inoltre caratteri nuovi, altri cadono in disuso o vengono utilizzati in modo diverso. La forma da semplice si fa complessa, e mutano le nozioni di bello e di brutto. Il cuore affida i suoni alla parola, e la parola affida l’espressione ai caratteri. (…) Nel combinare in uno scritto i diversi caratteri occorre molto discernimento. Bisogna:
1. Fuggire le stranezze e le eccentricità;
2. limitare l’uso di caratteri graficamente simili;
3. Stare atteti alle ripetizioni;
4. equilibrare le forme semplici e le complesse.
Per stranezze ed eccentricità intendo l’uso di caratteri di forma curiosa e inconsueta. Nei versi di Cao Shu: “Come mi attira quel viaggio! Ma il mio cuore è così sensibile che non sopporta gli schiamazzi!”, i due ultimi caratteri sono talmente eccentrici che tutta la poesia ne soffre. (…) In una successione di frasi tutte di caratteri “magri” le linee appaiono esili e gracili; mentre in un testo tutto di caratteri “grassi” la grafia risulta densa e sovraccarica. Invece, se abilmente alternati, il semplice e il complesso risplendono come un prezioso filo di perle. (…) Se i caratteri si sostituiscono gli uni agli altri e si confondono, la scrittura si inceppa e non riesce a prendere il volo. Ma se il suono e il tratto sono chiari ed esatti, vola e danza, leggiadro il pennello.

Da Il tesoro delle lettere: un intaglio di draghi, trattato di retorica di Liu Xie, VI sec.

19.5.08

I segni della città: alfabeto urbano (E.04)

La città ci fornisce una fantastica raccolta di oggetti giustapposti, accostamenti di forme, materiali, texture, insegne, graffiti di ogni epoca. Proviamo ad osservare questi accostamenti, e a cogliere dei segni che hanno un significato nella nostra lingua. L’idea è di vedere gli oggetti di ogni giorno sotto una diversa prospettiva.

In rete stanno raccogliendo alfabeti urbani anche Maloupictures (l'immagine sopra è sua), Pixelkuh e Revi Kornmann su Flickr; Susheel Chandradhas, che ha assegnato un analogo compito ai suoi studenti e Lisa Reinermann, che ha fotografato il cielo:

Costruiamo un alfabeto urbano armati di macchina fotografica digitale andiamo alla ricerca di linee, profili, tessiture, ombre, parti di oggetti per creare il nostro anomalo font napoletano.

Ad ogni allievo/a è assegnata la ricerca di quante più lettere riesca a scoprire. Le foto, da salvare in formato jpeg, delle dimensioni 20x20 cm, ad una risoluzione di 300 dpi, devono essere consegnate il 26 maggio su pen-drive o cd. Ciascuna foto deve essere nominata con la lettera fotografata e il cognome (es. A.Esposito).

Elogio dell'imitazione

Tullio De Mauro, nel suo Guida all’uso delle parole. Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire, introduce delle questioni importanti che, naturalmente, non appartengono al solo codice linguistico, ma si rifanno a temi più generali di comunicazione:

"Inventare significa trovare con l’intelligenza, con l’ingegno, qualcosa di nuovo.
Tuttavia ogni invenzione dell’uomo può essere considerata una manipolazione imprevista dei materiali a disposizione. La creatività come invenzione. Quella che cambia i termini, manipolandoli e trasformandoli. Trasformare, alterandoli, i termini del problema, cambiare le regole del gioco: questo è inventare. Accanto a questa c’è un’altra creatività, rispettosa al massimo di termini e regole. E’ la creatività di chi si muove entro una tecnica data e ne sfrutta sapientemente le possibilità. Le due forme di creatività, quella inventiva e quella regolare sono entrambe preziose.
Tuttavia sempre si pratica il culto dell’originalità e della creatività. Una parola come imitatore è diventata, invece, un grave insulto. Ma se gli esseri umani non sapessero imitare e ripetere, nemmeno potrebbero imparare le regole di grammatica di una lingua. Per tutte le le specie, e anche l’umana, vivere e spravvivere significa prima di tutto saper ripetere e imitare. Combinare e inventare vengono dopo. Se vogliamo capirci e farci capire dobbiamo rassegnarci a essere poco originali. Ma anche l’imitazione e la ripetizione è a suo modo creativa. Chi imita e ripete lo fa necessariamente in condizioni diverse da quelle in cui si è prodotto il modello imitato e ripetuto."

18.5.08

I segni della città: facciamo testo (E.03)


Costruiamo un catalogo di parole. Un grande dizionario visuale napoletano. Armati di macchina fotografica digitale andiamo alla ricerca di insegne, graffiti, messaggi pubblicitari, che testimoniano la varietà e la fantasia dei paesaggio scritto napoletano. Qualche suggestione su The Visual Dictionary.

Ad ogni allievo/a è assegnata la ricerca di almeno dieci parole di senso compiuto (non nomi propri). Le foto, da salvare in formato jpeg, delle dimensioni 20x20 cm, ad una risoluzione di 300 dpi, devono essere consegnate il 17 maggio su pen-drive o cd. Ciascuna foto deve essere nominata con la parola fotografata e il cognome (es. casa.Esposito).

Rifiu.ti.amo!

Ci piace segnalare una lodevole iniziativa degli studenti di architettura dell'Associazione Archintorno. Due mesi di incontri ed attività sul'annosa questione dei rifiuti a Napoli e in Campania. 4 crediti ha contribuito all'iniziativa realizzando la grafica.

17.5.08

dacosanascecosa: un laboratorio di re/design

Son sicuro che Bruno Munari non me ne vorrà se uno dei miei lavori preferiti mutui il titolo di un suo libro. Da cosa nasce cosa inizia proprio con questa frase.

Produzione senza appropriazione
Azione senza imposizione di sé
Sviluppo senza sopraffazione.
Lao Tze (IV sec. a.C.)

dacosanascecosa è un laboratorio di re-design, aperto nel 2001 ad Avellino con Stefano Loffredo. Alla base del lavoro c’è fondamentalmente un guardare alle cose. La realtà è fatta di oggetti che non aspettano altro che di essere manipolati. Flessibilità, adattamento, spiazzamento d’uso sono concetti chiave. Non si parte da un’idea e la si realizza a tutti i costi.
Non si tratta di inventare nuovi oggetti, ma reinventare quelli esistenti allargandone le possibilità operative. Assioma è usare l'esistente. Questo è un concetto etico ed ecologico molto importante ai giorni nostri dove lo scopo è arrivare a produrre zero rifiuti. Occorre minimizzare i nuovi interventi nell’esistente. Prima di pensare a qualcosa di nuovo, occorre valorizzare quello che già c’è. Non è soltanto una questione ecologica. Si tratta di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Questa è una legge economica fondamentale. L’arredo del laboratorio, ad esempio, è stato realizzato con tavole in legno per casseforme. Il più delle volte esse sono state assemblate senza operare alcun taglio.

Usare l'esistente, come in questo caso. L’oggetto di partenza, la cazzuola, lo trovate in qualsiasi ferramenta: bisogna solo scegliere la forma che più vi piace. Ma questa è l’unica concessione che faremo alla decorazione. Osserviamola attentamente: c’è una piastra di ancoraggio, un gancio ed un supporto in legno. Tutto quanto occorre per realizzare un appendiabiti da parete. Mancano soltanto i fori e dei tasselli per ancorarlo alla parete. Beh, occorre fare un piccolo sforzo e non so quante punte di trapano bisogna rovinare! Il risultato è l’attaccazzuola. Anche il lavoro di definizione del nome del nuovo oggetto non è meno divertente del lavoro di rielaborazione dell’oggetto stesso e, peraltro, segue il medesimo principio, solo che la manipolazione, ora, è di tipo linguistico.
Se pensiamo che lo stesso oggetto, l’attaccazzuola, imprimendo una semplice rotazione, diventa una cacazzuola, ovvero un portarotolo igienico.
Dopo l’oggetto va pensato il packaging, anch'esso improntato alla massima economia. L’oggetto ha già un manico, ed è inutile prevederne un altro per il trasporto. La cosa da cui proteggersi è la piastra di metallo: due fogli di cartone chiudono a sandwich la piastra e i tre pezzi sono tenuti insieme da tre fermagli. A tutto questo, naturalmente, vanno aggiunti i tre tasselli necessari.
L’oggetto di origine di questa lampada è già meno riconoscibile. Come suggerisce il disegno, è un manicotto di lavatrice. Il materiale è una gomma morbida, isolante, perfettamente idonea al nuovo uso. Inoltre ha una particolare qualità tattile. Per questa ragione l'interruttore è stato inserito all’interno del tubo. Per l'accensione occorre tastarlo e cercare l’interruttore. La forma particolare, a manico d’ombrello, permette sia l’utilizzo da tavolo che da parete. Qui vediamo una performance della nostra lampada con l’attaccazzuola. Il nome della lampada, tubìornotobì, gioca parafrasando Amleto, chiedendosi se sia in fondo un tubo o no.
Prendiamo una trappola per topi. Quante lampade esistono in commercio con una gabbia per evitare di toccarne il bulbo incandescente? Anche in questo caso l’intervento è stato minimo. E' stato sufficiente fissare il portalampada alla gabbia. Lo sportellino di accesso alla trappola permette la sostituzione della lampadina quando necessario. Questa è la mickie/light. Di questa lampada ne esiste anche una versione da parete: la bat/light.
Questo è un filtro per la passata di pomodori. Poggia sul piano con la bocca più ampia che offre l'appoggio più stabile. Il portalampada è, invece, sistemato sulla bocca stretta del filtro che ha una forma tronco-conica. Un tappo di sughero per damigiane è la soluzione migliore per chiudere la bocca! Il sughero è un materiale isolante e facilmente lavorabile. Il nome è to/light e gioca sull’assonanza con tomate.

Al rastrello è stato tolto l’elemento metallico di raccordo con il manico in legno. Questo non serve. Servono, però, i buchi che permettono di fissare il rastrello alla parete. In questo modo diventa un gancio multiplo. Niente di più semplice. Esistono possibilità diverse di utilizzo. Può diventare, infatti, un portacalici in vetro; in questo caso, però, i denti del rastrello sono rivestiti con un tubo di gomma morbida trasparente, che impedisce al vetro di graffiarsi a contatto con il metallo. Il rastrello, posizionato ad una determinata altezza su di una mensola, diventa un fermalibri. Il nome, rake-up, gioca sulla traduzione inglese di rastrello e il termine up, che tiene su.
Questa borsa in gomma era un tappetino da bagno, anzi lo è ancora. La borsa si ottiene ripiegando su se stesso il tappetino tre volte. La chiusura laterale è realizzata con delle clips meccaniche che, sganciandosi, permettono di riportarlo alla condizione di partenza. Il manico, coerentemente, è realizzato con dei tappi da lavandino e un tubicino in gomma morbida trasparente, più piacevole al tatto, riveste la catenina. Bagno in inglese si dice bath e sostituendo la t con g si ottiene bagh, che significa più o meno borsa.
Per questo tipo di borse in stoffa ho adottato lo stesso principio: parto da pezzi prefiniti per limitare i tempi di lavorazione (tovaglioli, cuscini, grembiuli, tappetini, ecc.). La sfida è ridurre al minimo le cuciture. Prima era mia madre a cucirmele, ma da un pò di anni sono io stesso a realizzarle.
Questi sono semi da viaggio. Semi di ortaggi da spedire ad amici. Ho ripensato semplicemente il packaging. La serie si chiama piantala!, in risposta ad un verso di Fernando Pessoa che si lamenta di... non saper essere pratico, quotidiano, nitido, non sapere avere un posto nella vita, un destino fra gli uomini, un’opera, una volontà, un orto

Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa Rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
Questa frase di Bruno Munari campeggiava minacciosa su una delle pareti di dacosanascecosa. Monito per quanti avrebbero detto: e che ci vuole?

Questi sono solo alcuni esempi dei pezzi prodotti da dacosanascecosa.
Il segreto è individuare l’oggetto sensibile e modificarlo lo stretto necessario perché diventi altro. Il segreto è togliere piuttosto che aggiungere. Semplificare. Eliminare tutto il superfluo per realizzare l’oggetto essenziale.
Il conoscere che una cosa può diventarne un’altra, è un tipo di conoscenza legata alla mutazione. La mutazione è l’unica costante della realtà.

In visita a dacosanascecosa Lella e Massimo Vignelli.